Covid, variante sudafricana: che cosa sappiamo

Covid, variante sudafricana: che cosa sappiamo

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L’efficiente sistema di sorveglianza genomica del Regno Unito ha individuato nei tamponi virali raccolti nel Paese anche una seconda variante di coronavirus, oltre a quella ormai impropriamente soprannominata “variante inglese”. La nuova versione di SARS-CoV-2 che da alcuni mesi si sta diffondendo in Sudafrica, e che si sta affermando in questa seconda ondata della pandemia, è ora arrivata nel nostro continente: nel Regno Unito ne sono stati individuati due casi, in pazienti con covid che avevano avuto contatti recenti con persone rientrate dal Sudafrica.
 
Che cosa sappiamo, oggi, di questa variante sudafricana?

Caratteristiche genetiche. Come spiega Julian Tang, professore e virologo dell’Università di Leicester, la variante 501.V2 individuata in Sudafrica e approdata questo mese anche nel Regno Unito «è caratterizzata dalle mutazioni N501Y, E484K e K417N sulla proteina spike – condivide quindi la mutazione N501Y con la variante inglese, ma non le altre due, assenti nella versione trovata nel Regno Unito. Per contro, la variante sudafricana non contiene la mutazione 69-70del che si trova invece in quella inglese».
 
La mutazione N501Y è al momento quella più attentamente monitorata, perché altera la regione della spike responsabile del primo contatto con la superficie delle nostre cellule.

Trasmissibilità. Ci sono alcuni dati che fanno pensare che la variante sudafricana sia particolarmente contagiosa, e che stia causando in Sudafrica una seconda ondata più estesa della prima. Secondo Tang, «la diffusione di questa variante sembra essere focalizzata nelle regioni meridionale e sudorientale del Sudafrica, ed è legata a più alte cariche virali nei tamponi diagnostici – una caratteristica che potrebbe renderla più trasmissibile attraverso gli aerosol prodotti respirando e parlando. Sono in corso nel Paese studi per capire se causi una malattia più grave, se prenda di mira nello specifico i giovani – o se questo non sia piuttosto un effetto legato al comportamento di questa fascia di popolazione – e se i vaccini anti-covid in via di sviluppo saranno efficaci contro di essa».

Una situazione da monitorare. L’accumulo di mutazioni è un processo naturale che i virus mettono in campo per meglio adattarsi al loro ospite durante il processo di replicazione. Nella maggior parte dei casi, come è stato finora, queste mutazioni non hanno effetto sul comportamento dei virus, ma occasionalmente possono migliorare la loro capacità di infettare, o renderli più resistenti alla risposta immunitaria dell’organismo.
 
«La variante sudafricana è diversa da quella del Regno Unito, ma entrambe contengono un numero insolitamente alto di mutazioni rispetto ad altri lignaggi di SARS-CoV-2», spiega Andrew Preston, che insegna Patogenesi microbica all’Università di Bath. «Alcune di queste mutazioni cambiano la proteina spike, e questo preoccupa. Entrambe contengono la mutazione N501Y ma anche tante altre mutazioni che non sembrano aver aumentato la trasmissibilità, quindi il quadro è complesso.»

Che cosa possiamo fare? Nei giorni scorsi gli esperti hanno espresso pareri rassicuranti circa l’efficacia dei vaccini a mRNA contro queste nuove forme di virus. In attesa di saperne di più, è importante ricordare che le misure che abbiamo imparato a praticare, come uso delle mascherine, distanziamento e igiene delle mani, sono comunque più forti di qualunque possibile mutazione. Applicate correttamente e in combinazione, evitano la propagazione del virus.





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