Covid: mascherine e intossicazione da CO2

167



I dati generali riguardo il numero di contagi giornalieri, di nuovi ospedalizzati e di decessi per covid rimangono alti, e diversi Paesi sono tuttora in lockdown. Le uniche armi a nostra disposizione restano ancora le misure di contenimento: sono vietati gli assembramenti, è necessario mantenere la distanza interpersonale di almeno un metro ed è obbligatorio indossare la mascherina, come dispositivo di protezione comunitaria.

Nonostante i dati, in parte della popolazione resta un generale scetticismo, quando non un’avversione all’uso della mascherina. Per non parlare dei negazionisti no-mask: una piccola minoranza, per fortuna, ma pericolosa per il danno che può fare agli altri.

Capita anche che chi usa la mascherina controvoglia, spesso non la indossa correttamente: la giustificazione è una sensazione di mancanza di respiro, quella che i medici chiamano dispnea. La fame d’aria che alcuni dicono di provare quando indossano una mascherina è spesso associata alla falsa credenza che essa provochi un ridotto scambio gassoso durante la respirazione, con una scarsa ossigenazione e un conseguente avvelenamento da anidride carbonica.

il passaggio dell’aria. Questo potrebbe verificarsi solo qualora le mascherine fossero ermetiche, ma non lo sono: quelle che utilizziamo quotidianamente sono traspiranti, cioè capaci di attività filtrante senza impedire il passaggio dell’aria. Ad eccezione delle mascherine in stoffa, per le quali non è prevista alcuna approvazione per la messa in commercio, per tutte le altre, dalle chirurgiche alle FFP (filtranti, dall’inglese Filtering Face Piece), sono previsti una serie di test atti ad assicurare che il prodotto sia conforme alle norme ISO, e quindi che risponda alle norme europee in termini di qualità. Tra queste c’è anche il test della traspirabilità, che valuta appunto il corretto passaggio d’aria attraverso la mascherina.

Diversi lavori scientifici hanno già dimostrato in passato che l’utilizzo delle mascherine chirurgiche non è nocivo né praticando attività fisica moderata (Roberge, Kim, and Benson 2012), né dopo 12 ore di utilizzo continuativo (Rebmann, Carrico, and Wang 2013), come capita agli infermieri di terapia intensiva. Un lavoro più recente ha ulteriormente messo in evidenza come che non ci sono importanti cambiamenti nella fisiologia degli scambi di gas neppure in soggetti con insufficienza polmonare (Samannan et al. 2020), sebbene questi possano risentire di un maggiore affaticamento e debbano perciò sempre fare riferimento al proprio medico per valutare i comportamenti da tenere.

spesso è solo ansia. Il disagio che molti dicono di provare sembra dovuto a reazioni neurologiche di risposta alla copertura del viso in una zona che è altamente termosensibile, oltre a una comprensibile motivazione psicologica associata all’ansia e a sensazioni di claustrofobia (Roberge, Kim, and Benson 2012).

È dunque un fatto che la comunità scientifica abbia riconosciuto che l’utilizzo delle mascherine non solo non è dannoso, ma, anzi, è assolutamente necessario per la limitazione del contagio di tutte le malattie infettive. Se ci fosse bisogno di una conferma, l’uso delle mascherine e delle altre misure di contenimento anti-covid sembra essere alla base del calo dei casi dell’influenza stagionale: nella 53ma settimana del 2020 l’incidenza dell’influenza è stata di circa 1,4 casi per mille abitanti, contro i 4,9 e 5,7 della stessa settimana dei due anni precedenti (fonte: Rete Italiana Sorveglianza Influenza, InfluNet-Epi)

Proteggere se stessi e gli altri. Sebbene non tutte le mascherine (per esempio le chirurgiche) proteggano direttamente chi le indossa, tutte sono utili nel cosiddetto controllo della sorgente: bloccando la fuoriuscita di microgocce di saliva (le goccioline respiratorie, o droplets) in cui il virus potrebbe essere in sospensione, proteggono gli altri da un possibile contagio (Peeples 2020).

Usare la mascherina in tempi di pandemia richiede dunque empatia e senso della comunità, perché solo proteggendo gli altri proteggiamo noi stessi: è una scelta comunitaria più che individuale. Indossarle tutti, correttamente, sempre, è al momento una delle poche armi che abbiamo per tutelarci a vicenda.

———-

L’Osservatorio della cattiva Scienza è una rubrica a cura di Simone Di Giacomo e Simona Paglia, biologi del Dipartimento di Farmacia e Biotecnologie dell’Università di Bologna.





Source link at www.focus.it




Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.