Non mi uccidere: una dark story adolescenziale che fa rimpiangere Lasciami entrare

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Che cosa ci ha convinto e cosa non ci ha convinto del film di Andrea De Sica, dal 21 aprile sulle principali piattaforme digitali

Passati tredici anni da Twilight, arriva un prodotto italiano “nuovo e originale” a ricordarlo. Se nella storia con Robert Pattinson e Kristen Stewart si parlava di vampiri, in Non mi uccidere di Andrea De Sica troviamo cannibali e sopramorti, ovvero ragazzi morti di morte violenta che tornano nell’Al di qua. Robin è un tipo strano, tormentato, con un segreto. Mirta è dolce, innocente, se ne innamora pazzamente. L’effetto deja vu è garantito dalla somiglianza dei protagonisti italiani (Alice Pagani e Rocco Fasano) a quelli hollywoodiani (Kristen Stewart e Robert Pattinson).

Non c’è dubbio: Non mi uccidere (dal 21 aprile sulle principali piattaforme digitali) è un film confezionato ad arte per gli adolescenti, tratto dall’omonimo romanzo di Chiara Palazzolo, che mira a proporre qualcosa di innovativo nel panorama cinematografico nostrano. Il suo merito è senz’altro rovistare nel genere cercando, e a volte trovando, una radicalità espressiva e visiva forte, d’impatto. Dalla fuga dalla tomba della protagonista, alle scene psichedeliche in discoteca, fino a quelle pulp di cannibalismo, tutto è girato in modo “modaiolo” e accattivante. Il regista ha abituato bene il suo pubblico in questo senso, tanto che il film potrebbe benissimo essere una costola dark della serie Baby, da cui prende in prestito, oltre alle atmosfere, anche una delle protagoniste.

Anche in questo teen drama Alice Pagani diventa carnefice suo malgrado, impara a “rinascere” nell’al di qua e in una vita nuova, a riconoscere gli impulsi della fame atavica che è, secondo Andrea De Sica, conseguenza di quell’isolamento e senso di mostruosità adolescenziale che costringe a “imparare a sbranare la vita per accettarsi”. Una semplificazione che svela il problema maggiore del film: non tanto la messa in scena, lo stile giovanile o la ricerca dell’impatto visivo a tutti i costi, quanto una sceneggiatura poco originale che pecca troppo spesso di semplificazioni o banalizzazioni nel confezionare questa favola nera. Un coming of age brutale tutto al femminile rivolto, vale la pena ribadirlo, ad un pubblico adolescenziale, perché fuori da quel pubblico il film stenta a convincere, a differenza di altri che in precedenza hanno portato avanti, con successo, la stessa identica operazione.

In sostanza: tentare di bissare la sorte fortunata di Twilight, senza però scimmiottarlo, ma inventando un nuovo stile e una nuova storia non meno appassionante e, anzi, apprezzabile anche da chi ama il cinema d’autore. Parliamo, su tutti, dello svedese Lasciami entrare di Tomas Alfredson, adattamento del romanzo horror del 2004 dello scrittore svedese John Ajvide Lindqvist. Un film sugli adolescenti, non per questo non godibile o credibile da un pubblico adulto, ben scritto, girato e interpretato, che tratta metaforicamente temi come sociopatia, bullismo, droga proprio come Non mi uccidere sulla base di un racconto soprannaturale di (vampiri) teenagers.

Non fa problema, insomma, l’innamoramento del mondo della notte, anzi il tono macabro, crudo, con scene pulp di sangue e sesso esplicite non dispiace affatto (malgrado siano a ripetizione, in un loop da videoclip), ma la superficialità facilona con cui viene trattato il tema del disagio adolescenziale, senza contare che di innovativo nel film e nell’operazione cinematografica intera c’è, come detto, ben poco.

A sette minuti di film il più è già successo, ed è difficile appassionarsi alle disavventure di una protagonista che è, a parole sue, “una zombie, ma meno rincoglionita” che se non mangia umani si decompone. Difficile empatizzare con il suo disagio poco indagato e approfondito, difficile giustificare l’attacco alla giugulare di innocenti per eccesso di fame (di amore, si intende). Dispiace infine per il bravo Giacomo Ferrara, qui nei troppo stretti panni dell’amico tossico di turno (Ago). Funzionali, invece, le musiche, composte e curate anch’esse dal regista. Su tutti è da ascoltare il brano che accompagna i titoli di coda, canta Chadia Rodriguez: “I baci sul collo non fanno male quando si recide la giugulare”.

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