I primi antiquari della preistoria

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La selce è sempre stata il materiale più adatto a costruire utensili di pietra. Per reperirla gli uomini del Paleolitico dovevano percorrere anche molti chilometri, trattandola a volte come merce di scambio. Quindi era abbastanza naturale che uno strumento di selce consumato, spesso, non venisse gettato, e che al contrario fosse riciclato, rifacendone il “filo” tagliente o il bordo dentato. Ma che il recupero potesse avvenire a distanza di anni o di generazioni è la scoperta singolare che hanno fatto gli archeologi dell’Università di Tel Aviv: con evidente sorpresa, starebbe a significare che 300-500 mila anni fa, l’Homo heidelbergensis, teneva certi vecchi strumenti come ricordo degli antenati o di luoghi particolari. Gli utensili in questione provengono dal sito di Revadim, nella pianura costiera meridionale di Israele, e sono stati oggetto di uno studio apparso su Nature Scientific Reports.

Ricordi di famiglia. Questi utensili di selce, che presentano superfici modificate più volte nel tempo (cosa verificabile dalla loro “doppia patina” e per le scaglie prodotte dopo una patinatura), non sono semplice riciclaggio. Le superfici modificate fresche, visivamente evidenti accanto a quelle patinate vecchie, per differenza di colore e consistenza, testimoniano un grande divario temporale. Come se noi avessimo conservato le posate della bisnonna, simbolo di identità familiare, lucidandole e affilandole. I diversi cicli di vita di questi utensili preistorici indicano insomma una prima forma di antiquariato, in base al “ricordo”.

I risultati del loro studio funzionale consentono di entrare un po’ di più nei ragionamenti dell’Homo heidelbergensis, ominine dotato di un cervello di 1.150 cm cubi (non molto inferiore nelle dimensioni rispetto al nostro) che si pensa disponesse già di una forma primitiva di linguaggio. E che ora dobbiamo ritenere avesse non solo il senso del riciclaggio, ma anche dell’antiquariato, come forma simbolica di rispetto per gli antenati. Alcuni degli utensili in oggetto, furono “restaurati”, anche se non vennero riutilizzati, e cioè pare con la sola funzione di ricordi.

Diverse modalità di sagomatura utilizzate per la creazione dei nuovi bordi di riuso di alcuni utensili di selce ritrovati a Redavim, in Israele, di età compresa fra 300 mila e 500 mila anni: (a) fiocco rotto e ritoccato per denticolarlo; (b) strumento ricondizionato con bordo misto; (c) ripreso a tacche; (d) ancora a tacche.

Diverse modalità di sagomatura utilizzate per la creazione dei nuovi bordi di riuso di alcuni utensili di selce ritrovati a Redavim, in Israele, di età compresa fra 300 mila e 500 mila anni: (a) fiocco rotto e ritoccato per denticolarlo; (b) strumento ricondizionato con bordo misto; (c) ripreso a tacche; (d) ancora a tacche.
© Bar Efrati et all, 2022

Riciclo con rispetto. La maggioranza dei 49 strumenti studiati dagli archeologi israeliani venivano comunque riutilizzati, dato che nella doppia patina con nuova scheggiatura a percussione non mancano anche i più piccoli segni di riuso – visibili al microscopio elettronico.

I risultati delle prove di laboratorio hanno mostrato che molti degli utensili erano originariamente utilizzati come frese, mentre nel loro secondo ciclo di vita fungevano da raschiatoi. Nonostante fossero impiegati per scopi diversi, questi hanno mantenuto la loro forma, compresa la patina, e hanno subito solo lievi modifiche nel bordo attivo, che veniva cioè ancora usato.

«Sulla base delle nostre scoperte sosteniamo che la pratica degli esseri umani preistorici di riciclare vecchi strumenti di pietra sia nata dal significato attribuito ai manufatti prodotti dai loro predecessori, preservandoli come oggetti di memoria significativi, collegati a tempi antichi e luoghi particolari», ha spiegato Ran Barkai, coautore della ricerca.





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